
Dalla “backseat generation” ai progetti urbani inclusivi: come restituire ai più piccoli autonomia e spazio pubblico
«Per aiutare un bambino, dobbiamo fornirgli un ambiente che gli consenta di svilupparsi liberamente», sosteneva Maria Montessori.
Ma che cosa abbiamo fatto per far scomparire i bambini dal nostro ambiente urbano? Una città a misura di bambino dovrebbe permettere ai più piccoli di vivere anche gli spazi pubblici. Eppure, oltre ai parchi giochi, è raro incontrare bambini che giochino per strada o vadano a scuola da soli.
Si parla di “backseat generation” in riferimento ai piccoli che vedono la città solo dai finestrini delle auto. A questo si aggiunge il fenomeno dei luoghi “no kids”, come bar, hotel e cerimonie in cui i bambini non sono più i benvenuti.
Dalla fine del XX secolo è iniziato un lungo processo di allontanamento dei bambini dagli spazi pubblici. Le cause sono molteplici:
Automobili e traffico: le città si sono adattate alle esigenze delle auto più che a quelle dei pedoni.
Social network e videogiochi: sempre più tempo libero si trascorre in casa.
Timori dei genitori: la società percepisce i bambini come vulnerabili e a rischio.
Secondo il programma Città amiche dei bambini e degli adolescenti dell’UNICEF, questo allontanamento riduce l’autonomia dei più piccoli, limita la loro libertà di movimento e ritarda il momento in cui diventano cittadini indipendenti.
Per contrastare questa tendenza, diversi comuni nel mondo hanno avviato progetti per realizzare città inclusive e a misura di bambino.
Non soltanto parchi giochi, ma spazi polimorfi progettati con loro e per loro: colorati, verdi, avventurosi e creativi. L’obiettivo non è creare zone chiuse e sorvegliate, ma ambienti aperti e liberi, nei quali i bambini possano davvero vivere la città.
Ripensare il territorio urbano è fondamentale: lo spazio pubblico è il luogo in cui si incontrano culture, religioni, etnie e classi sociali. Se i bambini restano a casa, rischiano di crescere in ambienti meno diversi e meno inclusivi.

Uno spazio per il gioco e la socialità dei bambini all’interno della città (Wikipedia)
Il celebre psichiatra Karl Menninger scrisse: «Ciò che viene fatto ai bambini, essi lo faranno alla società».
Ripensare una città a misura di bambino significa investire sul futuro: i cittadini di domani si prenderanno cura degli spazi urbani se avranno avuto la possibilità di viverli, esplorarli e personalizzarli.
Come sottolinea anche la Child Friendly Cities Initiative, il progetto internazionale promosso dall’UNICEF, le città che investono sull’infanzia non migliorano soltanto la qualità della vita dei più piccoli, ma creano comunità più sane, inclusive e resilienti.
Restituire la città ai bambini significa ripensare il nostro modello urbano. Dalla mobilità autonoma alla sicurezza degli spazi pubblici, fino all’inclusione sociale, la sfida è creare luoghi che non siano soltanto “abitati”, ma vissuti.
E tu, come immagini la città del futuro: più sicura, più verde o più inclusiva?