Imprenditoria femminile: serve una rivoluzione culturale

adminEconomia12 months ago317 Views

Per valorizzare davvero le donne imprenditrici serve un cambio di paradigma basato su cultura, reti di supporto e infrastrutture.

Quando si parla di imprenditoria femminile, il dibattito si concentra quasi sempre su due elementi: quote rosa e accesso al credito. Sono strumenti utili, ma non risolutivi.

Se utilizzati da soli, rischiano di essere soltanto una “vernice rosa” applicata a un sistema ancora sbilanciato e ostile alle donne.

Imprenditoria femminile e ostacoli culturali

Nella narrazione sociale dominante, la donna è vista prima come madre e poi, forse, come professionista.

Se lavora troppo, è considerata “una madre sbagliata”. Se privilegia la famiglia, viene giudicata “una professionista poco affidabile”.

Questo doppio standard penalizza l’imprenditoria femminile, valutata attraverso parametri distorti:

Il business va bene, ma riesci anche a gestire i figli?

Secondo i dati italiani:

  • soltanto il 22% delle imprese è guidato da donne;
  • nelle startup tecnologiche e nei settori innovativi la quota scende al 13-15%;
  • gli ostacoli non sono soltanto economici, ma sono legati anche al carico mentale, alla mancanza di servizi e agli stereotipi radicati.

Accesso al credito: utile, ma non sufficiente

Negli ultimi anni, grazie al PNRR, sono nati bandi e fondi come il Fondo Impresa Femminile, oltre a incentivi regionali e altre misure di sostegno.

Il problema, tuttavia, non è soltanto l’assenza di capitali, ma anche la mancanza di un ecosistema equo:

  • reti professionali accessibili;
  • competenze mirate;
  • servizi di cura che liberino tempo ed energie;
  • modelli di ruolo concreti.

Finché si finanzieranno donne prive di una rete, di supporto e di tempo, il rischio sarà quello di avere progetti realizzati soltanto a metà.

Imprenditoria femminile: un’imprenditrice interviene durante un incontro professionale

La presenza delle donne nelle reti professionali e nei luoghi decisionali è parte del cambiamento culturale (Fonte: Wikipedia)

L’imprenditoria femminile in Europa

A livello europeo, la Commissione europea promuove il gender mainstreaming, ovvero l’integrazione della parità di genere in tutte le politiche pubbliche. Il gender budgeting, invece, riorienta la spesa pubblica in base al suo impatto sulla parità.

Tra gli esempi virtuosi troviamo:

  • WEgate, la rete europea dedicata alle donne imprenditrici;
  • Women Business Angels Community, composta da investitrici che sostengono le startup;
  • fondi EIF dedicati alle imprese gender-diverse;
  • Equality Maturity Models, utilizzati per valutare il grado di equità aziendale.

Le vere sfide: cura, potere e percezione

I dati italiani evidenziano che:

  • soltanto il 56% delle donne tra i 25 e i 64 anni lavora, contro una media europea del 68%;
  • le donne dedicano cinque ore al giorno alle attività di cura, contro le due ore e mezza degli uomini;
  • soltanto il 28% delle posizioni dirigenziali è occupato da donne.

Il risultato è una maggiore presenza di imprese femminili nei settori a bassa intensità di capitale, come il commercio, la cura e i microservizi, e una presenza ridotta nella tecnologia, nell’innovazione e nell’export.

Cosa serve davvero all’imprenditoria femminile

Più che le quote rosa, serve riconoscere lo spazio già conquistato dalle donne e rimuovere le barriere invisibili che continuano a limitarlo.

È necessario investire in:

  • educazione alla parità fin dalla scuola;
  • reti professionali miste e inclusive;
  • servizi di welfare aziendale e pubblico;
  • politiche reali di conciliazione tra vita e lavoro.

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