
Le imprese cercano lavoratori e molti giovani cercano un’occupazione. Eppure, domanda e offerta continuano a non incontrarsi. Salari, contratti e competenze aiutano a capire perché.
Giovani e lavoro sono spesso al centro di un dibattito fatto più di accuse che di numeri. Le imprese sostengono di non riuscire a trovare personale, mentre molti ragazzi raccontano di inviare decine di candidature senza ricevere risposta. Sembrano due versioni inconciliabili della stessa storia. In realtà, possono essere vere entrambe. Il problema nasce da un mercato del lavoro che offre possibilità, ma non sempre alle condizioni o con le competenze richieste.
Le imprese italiane cercano personale. Questo dato non può essere ignorato.
Secondo il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, a giugno 2026 le aziende prevedevano di attivare circa 623 mila contratti. Nel trimestre compreso tra giugno e agosto, le entrate programmate raggiungevano 1,5 milioni.
Una parte rilevante di queste opportunità riguardava proprio i più giovani: 190 mila posizioni, pari al 30% del totale, erano rivolte a persone con meno di trent’anni.
Nonostante la domanda, il 42% dei profili ricercati risultava difficile da reperire. Parliamo di circa 261 mila posizioni per le quali le imprese prevedevano problemi nel trovare candidati adatti.
Dietro questa percentuale ci sono due ragioni principali: nel 26,7% dei casi mancavano materialmente i candidati, mentre nell’11,8% la preparazione disponibile non corrispondeva alle competenze richieste.
Il problema, quindi, esiste. Sarebbe però troppo semplice concludere che i giovani non vogliano più lavorare.
Le difficoltà non sono uguali in tutti i settori. Si concentrano soprattutto nelle attività che richiedono esperienza pratica, preparazione tecnica o competenze specialistiche.
A giugno 2026 la quota di profili difficili da reperire raggiungeva il 62,6% nella metallurgia, il 61,6% nel settore del legno e del mobile, il 60,3% nel tessile e nell’abbigliamento e il 59,5% nelle costruzioni.
Tra le figure maggiormente ricercate compaiono operai specializzati, manutentori, meccanici, tecnici dei processi produttivi e professionisti in campo ingegneristico e sanitario.
In questi casi la carenza è concreta. Una parte del sistema formativo continua a indirizzare i giovani verso percorsi che non sempre coincidono con le richieste delle imprese. Allo stesso tempo, diverse aziende faticano a programmare per tempo il ricambio generazionale e pretendono di trovare sul mercato persone già formate e immediatamente operative.
La formazione professionale dovrebbe accorciare questa distanza. Per riuscirci, però, scuola, enti territoriali e imprese devono comunicare molto più di quanto facciano oggi.

Giovani e lavoro, operaio specializzato accanto a un macchinario industriale (Fonte: Pexels)
C’è un altro dato che aiuta a leggere il problema. Delle entrate previste dalle imprese nel giugno 2026, il 65,9% riguardava contratti a tempo determinato. Le assunzioni a tempo indeterminato rappresentavano invece soltanto il 14%.
Non significa che ogni contratto a termine sia necessariamente un cattivo contratto. Significa, però, che gran parte delle opportunità nasce con una scadenza già scritta.
Per un giovane che vive con la propria famiglia può essere comunque un punto di partenza. La valutazione cambia quando per accettare il lavoro è necessario trasferirsi, affittare una casa e sostenere da soli tutte le spese.
Un’offerta può esistere sulla carta ed essere economicamente insostenibile nella vita reale. È qui che il racconto dell’imprenditore che non trova personale incontra quello del candidato che non può permettersi di accettare.
In Italia il problema salariale non è una semplice impressione. Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni reali sono aumentate dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nonostante il recupero, il loro valore era ancora inferiore del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021.
Si tratta del divario più ampio registrato tra le maggiori economie dell’OCSE.
Quando lo stipendio cresce meno del costo della vita, lavorare lontano da casa diventa complicato. Affitto, trasporti, utenze e spese quotidiane possono assorbire quasi tutta la retribuzione. Di fronte a un contratto breve, molti rinunciano perché il conto non torna, non perché preferiscano restare senza lavoro.
Il tema non riguarda soltanto il salario. Contano anche gli orari, la stabilità, le possibilità di crescita, la qualità dell’ambiente professionale e la chiarezza dell’offerta.
Un annuncio privo di indicazioni sulla retribuzione, sul contratto o sull’orario non aiuta a trovare la persona giusta. Aumenta soltanto il numero delle candidature casuali e delle selezioni interrotte.
Il mancato incontro tra domanda e offerta viene spesso definito mismatch. Dietro questa parola ci sono problemi molto concreti.
Le aziende cercano competenze che non sempre sono disponibili. I candidati cercano condizioni che non tutte le imprese sono disposte o in grado di offrire. A questo si aggiungono le differenze territoriali: le opportunità non sono distribuite nello stesso modo in tutta Italia e spostarsi non è sempre possibile.
Secondo l’OCSE, le carenze strutturali di lavoratori dipendono anche dall’invecchiamento della popolazione, dalla trasformazione digitale, dalla transizione ambientale e dalla scarsa qualità del lavoro presente in alcuni settori.
Attribuire tutto alla mancanza di volontà dei giovani significa ignorare una parte del problema. Sostenere che ogni impresa voglia soltanto sfruttare i lavoratori significa ignorarne un’altra.
La distanza può essere ridotta, ma servono interventi meno generici.
Le imprese devono rendere le offerte più trasparenti, indicare con chiarezza retribuzioni e condizioni contrattuali e investire nella formazione delle persone che assumono. Cercare soltanto candidati già esperti restringe inevitabilmente il numero delle persone disponibili.
Scuole, istituti tecnici ed enti di formazione devono conoscere meglio l’evoluzione del tessuto produttivo locale. I percorsi formativi non possono inseguire le esigenze delle aziende con anni di ritardo.
Anche i servizi per l’impiego devono migliorare la capacità di mettere in contatto candidati e imprese. Non basta raccogliere curriculum e pubblicare annunci: occorre accompagnare le persone, riconoscere le competenze trasferibili e individuare eventuali necessità formative.
Infine, bisogna rendere sostenibile la mobilità lavorativa. Senza retribuzioni adeguate, trasporti accessibili e politiche per la casa, un’offerta disponibile in un’altra città rischia di rimanere irraggiungibile.
I numeri mostrano un mercato pieno di contraddizioni. Le imprese hanno realmente difficoltà a trovare alcune figure professionali. Allo stesso tempo, molte delle opportunità offerte sono temporanee e devono fare i conti con salari che hanno perso potere d’acquisto.
La soluzione non consiste nello stabilire chi abbia ragione. Bisogna capire perché un’azienda possa cercare per mesi un lavoratore mentre, nello stesso territorio, tante persone continuano a cercare un’occupazione.
Il lavoro non manca nello stesso modo in tutti i settori, così come non tutti i candidati possiedono le competenze richieste. Ma un posto vacante non diventa automaticamente una buona opportunità.
Finché formazione, stipendi, costo della vita e qualità dei contratti continueranno a viaggiare su strade diverse, giovani e imprese continueranno a cercarsi senza riuscire davvero a incontrarsi.
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