
Talento, rabbia e libertà: dalla Francia al trono di Old Trafford, il ritratto di un calciatore che non ha mai accettato mezze misure.
Eric Cantona è tornato al cinema, ma in fondo non se n’era mai andato. Nel 2026 il Festival di Cannes ha presentato un documentario dedicato alla sua vita, quasi trent’anni dopo il ritiro. Non sorprende: Cantona non è mai stato soltanto un calciatore. Entrava in campo con il colletto alzato e lo sguardo di chi non aveva intenzione di chiedere permesso. L’Inghilterra prima lo osservò con diffidenza, poi finì per chiamarlo King Eric.
Eric Cantona nasce a Marsiglia il 24 maggio 1966 e cresce in una famiglia nella quale lo sport convive con l’arte. Il padre Albert lo accompagna allo stadio, ma anche nei musei e nelle gallerie. Il calcio, quindi, non è mai l’unico orizzonte possibile.
Da ragazzo Cantona guarda Johan Cruijff e l’Ajax. Lo affascina quel modo di giocare nel quale tecnica, movimento e immaginazione sembrano far parte della stessa idea. Vuole diventare un calciatore, ma non uno qualunque: cerca il gesto capace di cambiare una partita e di restare nella memoria.
In Francia il suo talento è evidente, ma il carattere gli crea diversi problemi. Passa per Auxerre, Marsiglia, Bordeaux, Montpellier e Nîmes. Litiga, reagisce male, accumula squalifiche. A un certo punto sembra persino deciso ad abbandonare il calcio.
L’Inghilterra gli offre una possibilità inattesa.
Nel 1992 arriva al Leeds United e contribuisce alla conquista dell’ultimo campionato inglese disputato prima della nascita della Premier League. Pochi mesi dopo passa al Manchester United. È la svolta della sua carriera.
Alex Ferguson comprende subito quello che altri allenatori non erano riusciti ad accettare: Cantona non può essere trattato come un giocatore normale. Deve sentirsi libero, ma anche responsabile.
A Manchester trova la sua dimensione. Non corre più alla ricerca di un posto nel calcio europeo: è il gioco degli altri che comincia a girare intorno a lui. Segna, inventa, protegge il pallone e serve assist ai compagni. Soprattutto, dà sicurezza a una squadra che non vinceva il campionato inglese da ventisei anni.
Con il Manchester United conquista quattro Premier League in cinque stagioni e due FA Cup. I dati ufficiali della Premier League riportano 156 presenze, 70 gol e 56 assist nel torneo.
I numeri, però, spiegano solo una parte della sua importanza.
Chi ha vissuto il calcio inglese degli anni Novanta ricorda soprattutto la sua presenza. Il petto in fuori, il colletto della maglia alzato, le pause improvvise prima di una giocata. Cantona sembrava arrogante, ma quell’arroganza aveva una funzione precisa: faceva credere ai compagni che la partita fosse ancora sotto controllo.
Old Trafford lo adorava perché non giocava mai soltanto per evitare l’errore. Cercava il passaggio difficile, il tiro inatteso, la soluzione che poteva sorprendere anche chi lo vedeva ogni settimana.

Eric Cantona durante un incontro pubblico dopo il ritiro dal calcio (Fonte: Wikipedia)
Non si può raccontare Cantona ignorando quanto accadde il 25 gennaio 1995 durante Crystal Palace-Manchester United.
Dopo essere stato espulso, mentre usciva dal campo, Cantona reagì agli insulti di uno spettatore colpendolo con un calcio. Fu un gesto violento e ingiustificabile. La Football Association lo squalificò per otto mesi e il calciatore venne condannato a svolgere lavori socialmente utili.
Negli anni quell’episodio è stato trasformato in una scena quasi cinematografica. Ma il fascino esercitato da Cantona non deve confondere le cose: comprenderne il carattere non significa assolverlo.
Quella notte mostrò la parte peggiore della stessa personalità che lo rendeva speciale in campo. Cantona non conosceva le mezze misure. Il problema è che la libertà, quando perde il controllo, può diventare soltanto prepotenza.
Tornò a giocare il primo ottobre 1995 contro il Liverpool. Segnò su rigore e contribuì al gol di Nicky Butt. Il pubblico dell’Old Trafford lo accolse come se non se ne fosse mai andato.
Il 21 dicembre 1996 Cantona segnò uno dei gol più belli della sua carriera. Recuperò il pallone a centrocampo, superò un avversario, scambiò con Brian McClair e, arrivato al limite dell’area, scavalcò il portiere del Sunderland con un pallonetto.
Il pallone colpì il palo interno e finì in rete.
Cantona non corse verso la bandierina e non si gettò a terra. Rimase fermo, si voltò lentamente e guardò gli spalti con le braccia sollevate. Sembrava voler controllare l’effetto della propria giocata sul pubblico.
Il Manchester United conserva il video del gol, diventato una delle immagini simbolo della prima Premier League. Dentro quella breve azione c’è tutto il suo calcio: forza, tecnica, rischio e una certa idea dello spettacolo.
Cantona lascia il calcio nel maggio del 1997, a trent’anni. La decisione sorprende tutti perché arriva dopo un’altra Premier League vinta da capitano del Manchester United.
Avrebbe potuto continuare. Avrebbe potuto guadagnare ancora, giocare qualche stagione lontano dall’Inghilterra e trasformare lentamente il proprio nome in un marchio. Scelse invece di andarsene quando era ancora al centro della scena.
Fu una decisione coerente con il personaggio. Cantona non voleva assistere al proprio declino e non sembrava disposto ad accettare una parte secondaria. Una volta esaurita la passione per il calcio giocato, preferì cercare altro.
Dopo il ritiro Cantona si dedica al cinema, al teatro, alla fotografia e alla pittura. Non si tratta soltanto del passatempo di un ex calciatore famoso. L’interesse per l’arte era presente nella sua vita molto prima dell’arrivo a Manchester.
Nel 2009 interpreta sé stesso in Looking for Eric, diretto da Ken Loach e scritto da Paul Laverty. Il protagonista è Eric Bishop, un postino di Manchester che attraversa un periodo difficile e trova nel proprio idolo una specie di consigliere immaginario.
Cantona non viene presentato semplicemente come un campione. Diventa la voce attraverso la quale un uomo comune cerca di rimettere insieme la propria vita. La scheda del British Film Institute indica il film tra le opere più significative nelle quali calcio e cinema riescono davvero a incontrarsi.
Nel 2026 il suo percorso è diventato anche il soggetto di Cantona, documentario diretto da David Tryhorn e Ben Nicholas e presentato come proiezione speciale al Festival di Cannes. A distanza di tanti anni, il pubblico continua a interrogarsi sull’uomo che si nascondeva dietro il calciatore.
Cantona mi ha sempre affascinato soprattutto per una ragione: accettava il rischio di sbagliare. Non entrava in campo per difendere la propria reputazione. Provava la giocata che sentiva, anche quando esisteva una soluzione più semplice.
Questo non significa trasformarlo in un eroe senza colpe. Il calcio al tifoso resta una pagina grave della sua carriera. Anche la sicurezza mostrata in campo poteva diventare arroganza e incapacità di controllarsi.
Eppure Cantona continua a mancare al calcio contemporaneo. Non perché una volta tutto fosse più bello, ma perché oggi è più raro incontrare giocatori disposti a costruire un’identità che non dipenda soltanto dai risultati, dagli sponsor o dai contenuti pubblicati sui social.
Eric Cantona conquistò l’Inghilterra senza cercare di diventare inglese. Arrivò da straniero, impose il proprio modo di stare in campo e se ne andò prima che fossero gli altri a indicargli l’uscita. Aveva molti difetti, ma non sembrava progettato da nessuno. Forse è proprio per questo che, quasi trent’anni dopo il suo ritiro, continuiamo a ricordarlo.