Disoccupazione giovanile in Italia: cosa insegna il modello polder

Marco Di NardoEconomia1 week ago16 Views

 Il confronto con i Paesi Bassi mostra come il dialogo tra istituzioni, imprese e sindacati possa contribuire alla costruzione di politiche del lavoro più efficaci.

La disoccupazione giovanile in Italia continua a rappresentare una delle principali criticità del mercato del lavoro. Per affrontarla non basta rendere più flessibili i contratti, ma occorre migliorare il collegamento tra formazione, competenze richieste e occupazione. Un termine di confronto interessante arriva dai Paesi Bassi, dove il dialogo tra istituzioni, imprese e sindacati ha assunto nel tempo una forma strutturata. È il cosiddetto modello polder, un sistema di concertazione che non nasce specificamente per i giovani, ma che ha contribuito alla definizione delle politiche economiche e occupazionali olandesi. Può questo metodo offrire qualche indicazione utile anche all’Italia?

La disoccupazione giovanile in Italia e il confronto europeo

In queste realtà si fa ampio ricorso ai programmi di formazione professionale e all’apprendistato, attraverso percorsi di esperienza lavorativa nelle aziende destinati anche agli studenti degli istituti tecnici e professionali. Tale politica contribuisce a ridurre il numero delle persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione, definite NEET. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 la loro percentuale era del 5,3% nei Paesi Bassi, il valore più basso dell’Unione europea, contro il 13,3% registrato in Italia e una media europea dell’11%.

Come funziona il modello polder

Nei Paesi Bassi, dopo la recessione dei primi anni Ottanta, furono attuate alcune riforme strutturali che contribuirono al risanamento dei conti pubblici e alla riduzione della disoccupazione. Un passaggio determinante fu l’Accordo di Wassenaar del 1982, con il quale le organizzazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro raggiunsero un’intesa sulla moderazione salariale e sulla riduzione dell’orario di lavoro, con l’obiettivo di favorire l’occupazione. Il modello polder contribuì così al miglioramento del mercato del lavoro olandese. Ma che cos’è questo modello e da cosa differisce da quelli adottati da Paesi come Germania e Austria?

Sede del SER, organismo centrale del modello polder nei Paesi Bassi

La sede del Consiglio economico e sociale olandese, luogo istituzionale di confronto tra imprese, lavoratori ed esperti. (Fonte: Foto: Christiaan Krouwels/Wikimedia Commons)

Nei Paesi Bassi, come in Germania, la formazione professionale mantiene uno stretto collegamento con il mondo del lavoro. Secondo i dati Eurostat riferiti al 2024, il 36,4% dei giovani olandesi tra i 15 e i 34 anni partecipava contemporaneamente all’istruzione formale e al mercato del lavoro: la percentuale più alta dell’Unione europea. Quando sono ancora sui banchi di scuola, molti studenti iniziano percorsi di esperienza lavorativa organizzati con il coinvolgimento delle aziende e delle istituzioni formative.

Il modello polder si fonda invece sulla cooperazione tra organizzazioni imprenditoriali, sindacati e autorità pubbliche. A livello nazionale, questo confronto avviene soprattutto attraverso il Consiglio economico e sociale olandese, il SER, mentre gli organismi comunali svolgono un ruolo nell’attuazione delle politiche locali per la formazione e l’inserimento lavorativo. Anche il modello polder ha mostrato alcuni limiti e oggi risente della frammentazione politica, della minore rappresentatività sindacale e della diffusione del lavoro autonomo. Tuttavia, il confronto tra il 5,3% di giovani NEET nei Paesi Bassi e il 13,3% registrato in Italia mostra come il sistema olandese continui a ottenere risultati migliori nell’inserimento dei giovani.

Cosa può insegnare il modello polder all’Italia

La disoccupazione giovanile in Italia è ancora un problema strutturale. Indubbiamente, il modello polder non può essere trasferito in Italia in quanto nasce all’interno di un contesto socioeconomico differente. L’esperienza di tale modello mostra quanto sia importante il confronto continuo tra istituzioni, imprese e sindacati, soprattutto nella definizione dei percorsi formativi e delle politiche occupazionali. Pertanto, per contrastare la disoccupazione giovanile in Italia non è utile concentrarsi solo sulle regole contrattuali: serve rafforzare il collegamento tra scuola, formazione professionale e necessità del mercato del lavoro. Difatti, dal modello dei Paesi Bassi si può comprendere quanto sia di vitale importanza creare delle soluzioni condivise, adattandole alle necessità del mercato del lavoro.

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